Il motivo è il futuro Massimo Baldi

Consigliere Regionale

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI MASSIMO BALDI

Riformismo&Consenso: un amore difficile (ma non impossibile)

tomorrow-loading-shutterstock_151572575-Sukit-HanphayakTutte le analisi che abbiamo letto e fatto in questi giorni hanno una caratteristica tipica delle analisi del giorno dopo: si basano sullo schema d’inchiesta, della ricerca del colpevole. Tutti – è comprensibile – impostano il discorso come formulazione di un giudizio: il partito democratico è degenerato troppo (come scrivono alcuni), è cambiato troppo poco (come penso io), è un problema di organizzazione o di alleanze, è colpa dei vertici locali, sono i vertici regionali, sono i vertici nazionali eccetera eccetera.
A tutto questo manca un elemento chiave: il contesto politico, storico, culturale.

Quando si annunciano tante riforme in una fase di immobilismo si riscuote tanto consenso. È avvenuto, chiaramente, con le elezioni europee del 2014.
Subito dopo gli annunci, poi, si può scegliere se farle, le riforme, oppure no. Berlusconi, ad esempio, scelse di non farle, preferendo mantenersi – ne parla molto chiaramente Calise nel suo libro La democrazia del leader – su un piano di comunicazione pura e preferendo rivendicare il ruolo dell’outsider che vorrebbe riformare ma che è imbrigliato dal sistema burocratico, politico, delle rappresentanze eccetera. In questo modo si tende a perdere una parte di consenso – e periodicamente Berlusconi nel suo ‘ventennio’ l’ha perso e riguadagnato almeno tre volte – ma non si perde il contatto con l’anima del tuo elettorato. Hai fatto, sì, poco per il paese, ma non è colpa tua: è colpa del sistema, dei giudici, dei comunisti, dei sindacati, degli alleati, dei burocrati. Il messaggio, debolissimo sul piano della realtà, ha la sua forza su un piano di comunicazione. E passa.
Renzi invece, dopo gli annunci, ha impostato le cose in modo radicalmente diverso: una volta incaricato di guidare il governo, ha deciso di farle davvero, le riforme. Ha anzi impostato ogni passaggio politico importante su questo punto: si discute di tutto, ma non della stessa opportunità  di passare dalle parole ai fatti. Quella non è in discussione. Anche la sua strategia comunicativa si incentra da due anni proprio su questo: non tanto sul piagnisteo su ciò che il leader vorrebbe fare, quanto su quello che il governo sta facendo, ha fatto e farà.
Le riforme, però, quando vengono fatte davvero, faticano a tradursi in consenso. Deludono spesso, anzi, almeno 4 ‘classi’ di elettori potenziali e probabili:

1) Quelli che le riforme, per dir così, le ‘vivono’ sulla pelle (un esempio su tutti: insegnanti e buona scuola)
2) Quelli che le riforme, pur essendo ‘affezionati’ al partito che le ha promosse, non le condividono
3) Quelli che condividevano l’impostazione, lo ‘spirito’ iniziale delle riforme ma non ciò che risulta,  dal processo decisionale e di mediazione con cui si passa dalle parole ai fatti
4) Quelli che delle riforme non percepiscono gli effetti immediati che si aspettavano.

Quando si considerano gli errori e le responsabilità relativi all’ultima tornata amministrativa, dobbiamo farlo francamente e senza ipocrisie, ma dobbiamo farlo collocando fatti e numeri nel quadro politico e ‘ambientale’ in cui si sono verificati. E tale quadro è segnato in primo luogo dalle riforme.
Abbiamo avuto un netto calo del consenso. In ciò incidono aspetti sicuramente legati alle scelte locali. Ma anche, senza dubbio, la fine di un’intesa tra politica riformista e bisogni dell’elettorato – del popolo! – che fino a pochi mesi fa sembrava solida. Come si esce da questo? Tornando indietro? Rinunciando al proposito di riformare il paese e di imprimere un’impronta di cambiamento al partito? Ho già dichiarato che a mio avviso non è questo il punto. Ma allora come si concilia riformismo ad alta velocità e ricerca del consenso? A mio parere servono due ambiziosi compagni di viaggio: concretezza qui e ora e giovani. La concretezza implica che insieme alle riforme strutturali, dobbiamo individuare interventi materiali per chi, qui e ora, è più debole. Devono essere pochi, mirati, concreti e sostenibili provvedimenti. Non dobbiamo vendere fumo. Ma certo dobbiamo dimostrare qualcosa di vero: che mentre riformiamo il paese, non lo facciamo contro gli ultimi, ma pensando a loro e soprattutto ai loro figli, cui dobbiamo consegnare un paese con più opportunità, meno privilegi, ma anche meno ostacoli. E il secondo punto, come dicevo, sono i giovani. Non ci illudiamo: spiegare il futuro ai ‘figli’ è più difficile che spiegarlo ai ‘padri’. Sembra un paradosso ma non è così. I padri sono infatti, di solito, proprio perché hanno figli, più preoccupati per il futuro di quanto lo sono i figli stessi, per cui il futuro è qualcosa di indefinito, che li preoccupa razionalmente, ma non sentimentalmente – mentre l’oggi è per loro il luogo dei desideri e dei bisogni, del volere e del disorientamento. Difficile, dunque, ma non impossibile. Se vuoi essere un partito di sinistra, moderno e riformista, il mondo con cui hai dialogato poco e con cui devi iniziare a dialogare di più non può essere che questo, quello dei giovani che oggi votano troppo poco e credono troppo poco nella politica.
Nelle analisi che faremo nei prossimi giorni, da cui scaturiranno anche decisioni politiche, mi auguro – diciamola bene: mi illudo – che dopo aver parlato degli errori che abbiamo fatto, avremo l’intelligenza e la generosità di parlare di ciò che faremo, senza cedere a tentazioni di retroguardia. Dobbiamo esplorare territori finora poco esplorati: quello dei bisogni – dei veri bisogni – dei padri e quello delle speranze dei figli. Sono territori in cui potremmo avere brutte sorprese, soprattutto circa i nostri più antichi convincimenti ideologici, che dobbiamo essere disposti a mettere in discussione. Ma non dimentichiamo la lezione di San Tommaso d’Aquino: «se il più alto obiettivo di un capitano fosse di conservare la sua nave, la terrebbe sempre in porto».

Massimo Baldi,  22.06.2016

Pubblicato in C’est la politique, Pensamenti, Senza categoria