Il motivo è il futuro Massimo Baldi

Consigliere Regionale

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L’unità serve ma non basta: serve apertura. Lettera aperta ad Alessandro Giovannelli

Caro Segretario Giovannelli, caro Alessandro.

Come dice il mio amico e collega Stefano Scaramelli “famo a capirsi”, che è meglio. E soprattutto ripristiniamo un principio che deve valere. In politica ci si confronta e ci si scontra – su certe cose troppo, su certe altre troppo poco. Tu da diversi mesi mi accusi di esagerare con lo scontro. Io lamento invece un’assenza di confronto. Solo i fatti, credo, s’incaricheranno di dirci chi aveva ragione. Una cosa, però, mi permetto di rivendicare. Quando ho avuto da criticare la tua gestione del partito ho sempre posto al centro il tuo operato, le tue scelte, o – spesso – il tuo silenzio. Mai una volta ho messo in discussione la tua buona fede o l’integrità delle tue convinzioni. Nelle tue prese di posizione e risposte, inclusa quella che leggo oggi sulla stampa, c’è spesso – e non solo nei miei riguardi – un’aggiunta spiacevole e mendace, falsa e ingiusta, che d’ora in poi non accoglierò più a cuor leggero. C’è un giudizio sulla persona – anche se quasi sempre, accortamente, non nominata – sulle ‘vere intenzioni’, sulle motivazioni (opportunismo, vanità, autopromozione, arrivismo, rampantismo, carrierismo… devo continuare?). Su questo, dicevo, dobbiamo ripristinare un vero principio di rispetto e riconoscimento reciproco, ovvero quello di partire dal presupposto che tutti gli attori politici in campo, perfino quelli di altri partiti e movimenti, lavorano per quello che ritengono essere il bene della propria comunità e società. Per chi predica di volere unità, questo è il minimo sindacale.

Ecco, l’unità. Come dicevo: famo a capirsi!

Qui nessuno vuole minare l’unità del partito. Il problema è come la realizzi, questa unità, caro Alessandro: se sacrificando sul suo altare la nostra vitalità politica, o se capitalizzandola. Tu in questi tre anni hai portato avanti un’unità per esclusione, anzi per duplice esclusione: hai tenuto fuori dalla dirigenza il 40% del tuo partito (degradandolo con spiacevole frequenza a ‘camarilla’ o ‘gruppo di potere’) perché la sua inclusione ne avrebbe minato l’unità; ma cosa più grave, anche se in fondo conseguente, hai tenuto fuori dal partito la città: tutte le volte che si è proposto di incontrare i portatori di interessi e di bisogni del nostro territorio, di includere il loro racconto nella nostra elaborazione, o anche solo di discutere dei loro problemi, ci siamo sentiti rispondere: no grazie. Meglio un seminario. Approfondiamo. Prima coinvolgiamo l’amministrazione. Tutto pur di non ascoltare i cittadini, di non esser loro vicini. E anche qui con la motivazione che un ascolto diretto avrebbe rischiato di minare l’unità del partito.

Eppure tu sei un amministratore comunale, e come e più di me dovresti conoscere quanto e cosa non va sul territorio, a partire dalla tua, dalla nostra amata zona collinare e montana! Quando abbiamo parlato nel partito, negli ultimi tre anni, di progetti turistico-culturali per la collina, di politiche per l’insediamento residenziale e imprenditoriale, dei centri di accoglienza profughi a Le Piastre e a San Mommè, della ferrovia Porrettana che pure passa così vicina ai luoghi che tu stesso abiti? Quando? “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti”, tuonava Dante rivolgendosi all’imperatore. Ora il partito non è l’imperatore, e del resto io non sono Dante: ma vieni a vedere, partito, quello che succede là fuori. “Non chiuderti nelle tue stanze”, come scriveva invece Majakovskij, rivolgendosi proprio al partito. Il nucleo del mio dissenso, fin dai tempi del congresso, è e resta questo.

Io, lo ammetto, quando scrivo su questo arnese sono a volte troppo sicuro di me. Lo scontro mi piace, le freddure mi compiacciono e spesso solo nello sferragliare delle sciabole riesco a sentire anche il rumore della politica. Ma ti assicuro che le mie giornate sono piene di ascolti. Solo oggi avrò numerosi appuntamenti con persone che mi racconteranno che non hanno lavoro, che l’azienda va male, che i servizi sociali non riescono a rispondere ai loro bisogni, che questo o quell’impianto sportivo attende una manutenzione da anni. Per non parlare di quelli che mi incontrano per criticarmi aspramente, per dirmi che le liste d’attesa della sanità sono ancora maledettamente troppo lunghe, che sulla legge obiettivo sugli ungulati siamo stati troppo tiepidi, che per la sicurezza idrogeologica del territorio non stiamo facendo abbastanza. Perfino i più incolleriti comitati della nostra montagna – che certo non mi stimano e non mi amano, e quando leggeranno questa lettera sicuramente avranno le loro rivendicazioni da fare, è il bello della democrazia! – non potranno negare che tutte le volte che hanno chiamato ho sempre risposto presente, pur sapendo che andavo a prendermi critiche pesantissime. In tutti questi luoghi – tutti! – si sente l’assenza del partito e, in particolare, proprio di quelle unioni comunali e di quei circoli che avrebbero il compito, la vocazione di esserci, in quei luoghi, e di ascoltare quelle persone. E soprattutto di prodursi in una ‘restituzione’ e in un coinvolgimento. Perché se riuscissimo – anche solo una volta su cento – a trasformare i portatori di bisogni e i detentori di talenti in protagonisti delle soluzioni, se attuassimo ogni giorno questo reclutamento dolce, avremmo raggiunto un risultato di primordine e il cambiamento si produrrebbe da sé. Avremmo fatto davvero quella politica con la P maiuscola di cui parli.

I brutti risultati delle amministrative ci insegnano che abbiamo sbagliato qualcosa. Tutti quanti. Io credo che tra questi errori, il più grave è non aver portato avanti sui territori e nel partito lo stesso ritmo e la stessa qualità di cambiamento che stiamo portando avanti nel governo del paese. Tu, invece, ritieni che abbiamo troppo accelerato. Io credo che dobbiamo cercare maggiori alleati nella società, in chi produce ricchezza, lavoro e servizi, e in chi esprime bisogni, desideri, disperazione. Tu, invece, ritieni che dobbiamo cercare più alleati nei corpi intermedi, a partire dagli altri partiti della sinistra.

Questo per quanto riguarda la strategia generale. Ma poi, caro Alessandro, ci sono i casi particolari. Gli errori commessi in un luogo determinato. Grazie a Dio, non dovremo confrontarci con disastri come quello romano, un vero mostro a due teste fatto da un lato di malaffare e dall’altro di inedia e inefficienza. Ma abbiamo casi più vicini. Come Cascina. E se Roma piange, certo Cascina non ride. Non voglio entrare nei dettagli, ma studiamola tutti bene la storia di Cascina degli ultimi sei/sette mesi. Perché in quella storia potrebbe annidarsi una spiacevole profezia per il nostro futuro. Un candidato con un forte establishment e pochissima empatia ‘popolare’. Primarie svoltesi in un clima terribile, con un apparato (non solo di partito) militarizzato a sostegno di un candidato per fare da frangiflutti alla partecipazione spontanea. Un candidato – aggiungo –  che nella primissima dichiarazione dopo la vittoria alle primarie sente il bisogno di dichiarare che il il suo avversario non farà parte della squadra di governo. E alla fine parlano i risultati: la «ragazzetta razzista» – come l’ha sciaguratamente definita il nostro candidato in campagna elettorale, commettendo un errore drammatico sul piano tattico ma prima ancora qualcosa di ingiusto sul piano morale – è stata eletta sindaca.

Noi abbiamo – e tu per primo hai – un anno di tempo, caro Alessandro, per evitare tutto questo. E difficilmente la sola ricetta potrà essere il «volemose bbene». Dovremo rispettarci e confrontarci di più, questo sì. Ma anche nascondere meno polveri sotto il tappeto. I problemi vanno affrontati. Perché se la tua bella unità è quella che abbiamo portato avanti fino ad ora, escludendo chi la pensa diversamente e negando i problemi, e confondendo lealtà  e ossequio, temo che ci accorgeremmo presto che Cagliari è lontana, mentre Cascina è molto vicina.

Con rispetto e amicizia,

Massimo Baldi

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