Il motivo è il futuro Massimo Baldi

Consigliere Regionale

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI MASSIMO BALDI

La libertà ‘per l’altro’ (una riflessione sulla famiglia)

Non credo che una riflessione sulle attuali condizioni culturali e politiche della società italiana possa prescindere da uno sguardo intelligente sullo stato della famiglia. Parlo di uno sguardo che non sia puramente scientifico-statistico, né psicologistico, né economicistico, né teologico. Uno sguardo, insomma, che sappia tenere insieme le cose, che possa distendersi con spirito di sintesi su quello che accade alla famiglia oggi e su quanto ciò protenda i suoi effetti sull’intero sistema-società.

La famiglia è il sistema minimo della felicità. O meglio: la famiglia è la forma antropologicamente più diffusa di costituzione di una collettività affettiva minima necessaria alla piena fioritura umana dell’individuo. Di più: la famiglia (non necessariamente quella cosiddetta tradizionale) è il luogo di formazione della libertà per quello che la libertà propriamente è, ovvero mai libertà da ogni vincolo, ma libertà nel vincolo e tra i vincoli. Scuola, lavoro, comunità confessionali, attivismo civile e politico, pratica sportiva sono a loro volta sistemi che concorrono a questa formazione, ma lo fanno in un contesto di minore intensità affettiva, di minore impegno emozionale.

Per capire che cosa è successo alla famiglia è necessario riconoscere il conflitto culturale in cui essa si trova collocata ormai da decenni. Da un lato, persiste un discorso istituzionale che impernia sulla famiglia una retorica conservatrice e, in ultimo, capace di fare della famiglia stessa poco più di un feticcio. All’interno di questo discorso, la famiglia non è curata per quello che è o può essere, ma scagliata alla bisogna come un vessillo posticcio contro la liberazione sessuale, contro i diritti civili, contro le battaglie per le pari opportunità. In sintesi, si tratta della famiglia come costrizione necessaria che si contrappone alle libertà individuali.

Dall’altro lato, però, a questo mantra si è contrapposto come discorso innegabilmente dominante – nella letteratura, nel cinema, nelle produzioni televisive, nella scrittura pubblicitaria e infine nella credenza diffusa – un’immagine-schema della famiglia che la identifica di nuovo come luogo della costrizione, identificando però in questo caso come valore positivo il gesto di liberazione ed emancipazione dal contesto familiare. Va da sé che non ignoro l’eccezione, ahimè non troppo eccezionale, della famiglia come luogo statisticamente prevalente della violenza e talvolta del crimine, né ignoro quanto sia importante costituire un sistema culturale, sociale e giudiziario che aiuti le vittime ad abbandonare il nucleo familiare divenuto spazio della violenza. Mi preoccupa però la montante identificazione tout court della famiglia come contesto coercitivo, la reductio ad violentiam di ogni vincolo, di ogni piegatura della volontà e del desiderio che la vita in famiglia può implicare. Il non vedere più la bellezza  di una rinuncia, di una scelta sofferta, la bellezza di una contemplazione complessiva della felicità familiare, della propria felicità familiare, che può mandare knock out ogni brama episodica. La bellezza  della volontà che si impone non per dovere, ma per amore.

Da un lato, un luogo della costrizione necessaria e dall’altro, un luogo della costrizione da mandare in frantumi: in mezzo a queste due fiumane culturali gli individui costruiscono oggi il loro fragile progetto di vita insieme. Ciò comporta la massima esposizione al pericolo del vero nucleo promettente della famiglia: la sconfitta della solitudine e l’educazione permanente a una nobile forma di libertà che non è mai libertà dall’altro, ma sempre con l’altro e per l’altro. Se si dissolve la famiglia, a venir meno è una felice alleanza contro la solitudine e una palestra di libertà.

«Volevo solo scomparire in un abbraccio», canta Calcutta in una canzone che ha il potere stregonesco di entrarti in testa. Sottrarre a un individuo la possibilità di quell’abbraccio significa negargli la purificazione dei sentimenti. Senza quell’abbraccio la paura resta paura, la rabbia rabbia. Varcare la soglia di una casa senza trovarvi all’interno un’alleanza contro la solitudine significa morire di solitudine: l’individuo solo di fronte al mondo, privato della mediazione di sistemi sociali minimi e in particolare del sistema-famiglia, non difficilmente cercherà un surrogato di un abbraccio in flussi sentimentali diffusi, in forme di comunità che fondano il loro potenziale di mobilitazione sulla esclusività e sulla paura, su un’uniformità che cancella la differenza individuale. Questa gravissima patologia che, troppo poco allarmati, chiamiamo solitudine, questa pestilenza silenziosa che divora la società occidentale, ci porta a farci scomparire nell’abbraccio di una massa indistinta di individui pronti a tutto pur di non trovarsi soli nell’alto mare aperto della vita. È inutile allora fare dotti convegni sull’avanzata dei populismi se non mettiamo a fuoco che la nutrice del  cosiddetto populismo è il bisogno insoddisfatto e incompreso, e che il crogiolo di questo bisogno è la solitudine. È importante, certo, sostenere la famiglia con provvedimenti sociali ed economici. L’abbiamo fatto troppo poco. Ma non credo che saranno trenta denari a salvarla. È necessario che chi ha a cuore lo sviluppo di una società felice, chi intende interpretare le ragioni della giustizia sociale e dello sviluppo, si faccia attore di un nuovo coraggioso discorso sulla famiglia. Un discorso che sappia scrollarsi di dosso ogni retorica posticcia e conservatrice, che creda nell’emancipazione dell’uomo e nella libertà degli individui, ma che sappia trarre culturalmente in salvo le ragioni culturali della centralità della famiglia. Prima che al suo posto si instaurino le tribù, dove il superamento della solitudine è pagato al caro prezzo della libertà, e dove non si può imparare il difficile mestiere di vivere, dell’essere liberi con l’altro  e per l’altro.

 

Massimo Baldi, 05.06.2018

Pubblicato in C’est la politique, Pensamenti, Senza categoria