Il motivo è il futuro Massimo Baldi

Consigliere Regionale

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Claudio Frosini è un grande artista che la città ha spesso dimenticato. Sono felicissimo che la GalleriaVannucci abbia deciso di aprire la stagione con una sua mostra. E ancora più felice, che insieme a fianco di Frosini vi sia Alessandro Ceni, uno dei più grandi poeti viventi. Quello che segue è il testo che, con i miei limiti e con grande affetto per entrambi, ho scritto per la mostra.

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Claudio Frosini e Alessandro Ceni sono autori segnati da un destino. All’interno di esso, tra immagine artistica e segno scrittorio, e in genere tra immagine e parola – pur osservando i due poli una rigorosissima distanza sul piano dello zelo tecnico e nondimeno della partizione esistenziale – sono inevitabili le contaminazioni. Si tratta però di contaminazioni di antica grazia, che rifiutano la barbarie ormai imputridita di certa sperimentazione e di certo energumenico e dimenticabile esibizionismo tres gauche et tres engagè. Esse, al contrario, albergano in un più lucido e profondo sperimentare, quello proprio dello scienziato e del vero poeta, del medico e dell’archeologo, del serioso giocare del bambino e dell’operare, distratto perché esperto, dell’artigiano.
Che Frosini e Ceni, nel loro percorso, si siano da sempre misurati l’uno con l’arte che è propria dell’altro, potrebbe essere fatto contingente e trascurabile. Di sicuro non lo è la profonda icasticità della poesia di Ceni, il suo procedere dal figurabile all’irraffigurabile stressando e incidendo lo scheletro della lingua umana. E di sicuro non lo è la moltitudine di meditazioni linguisticamente segnate che sostanzia la poetica di Frosini, tanto nei suoi trascorsi strettamente pittorici quanto nel suo presente da – non saprei descriverlo diversamente – produttore di opere pittoriche mediante tecnica fotografica.
Entrambi irredimibilmente atei, apolidi e anarchici – non nel segno di un impegno attivo versus divinità, polis e potere, quanto nel segno di una visione del reale che prescinde da essi e li rimuove per intima necessità, metodologica da un lato e destinale dall’altro – ed entrambi conducenti un’esistenza veramente al riparo da ogni retorica pubblicistica, Ceni e Frosini fanno precipitare queste precondizioni fenomeniche ed esistenziali nel nucleo del loro essere artisti.
La natura immortalata dalla poesia di Ceni è nel contempo un sistema di immagini e un complesso giuridico. La sua meccanica non è soltanto evidenza della realtà poetata, ma anche e soprattutto legge interna al poetare. Il reale fissato in opera da Frosini è uno stato fisicamente discreto di questa realtà in continua trasformazione e in inemendabile osservazione delle proprie leggi. Incapace di commuovere ma non di produrre uno choc percettivo, e dunque cognitivo ed emozionale, resistente a ogni ermeneutica e a ogni facile lirismo sentimentale, l’imago dell’opera di Frosini riconsegna alla corte della natura tutto l’esistente. Non si tratta di una natura benevola o malevola, non se ne immortalano né le rasserenanti meraviglie né le più caustiche immagini d’orrore. Perfino la sua motilità non è rappresentata in una simulazione di movimento nella fissità dell’immagine, ma al contrario nel suo deposito percettivo interno, nell’interspazio estetico tra rappresentazione e immaginazione.
In questi mondi, in fondo diversissimi tra loro e proprio per questo capaci di un profondo dialogo, il gesto dell’artista è l’unica cesura concessa, l’unico clinamen. Ed è in questo puntuale spazio di libertà – libertà nel vincolo e non dal vincolo – che l’opera può sciogliere, al di fuori di sé, il suo adagio migliore, il residuo irriducibilmente umano che calca la scena del reale.

Pubblicato in Pensamenti, Pistoia, Senza categoria, Studi leggiadri e sudate carte