Il motivo è il futuro Massimo Baldi

Consigliere Regionale

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Cultura e politiche culturali. Il mio intervento al Consiglio Regionale straordinario per Pistoia Capitale Italiana della Cutlura

Segue il testo integrale da cui ho tratto il mio intervento alla seduta straordinaria del Consiglio Regionale della Toscana svoltasi il 17 gennaio 2017 presso la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

 

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Cultura è prima di tutto una parola. E come per tutte le parole che descrivono e nominano un sistema complesso ed eterogeneo di fenomeni umani, vale per la parola cultura una legge aurea: il suo significato ci sembra chiarissimo quando lo usiamo, ma diventa complesso se ficchiamo il naso e gli occhi nella problematica moltitudine dei suoi utilizzi nella lingua degli uomini. Come tanta letteratura scientifica ci ha insegnato, si rischia di andare poco lontano se compiamo questa analisi affidandoci alla sola etimologia della parola e sperando che tutto quello che c’è da sapere stia in questa ricerca dell’origine. Questa etimologia, infatti, che rinvia alla voce latina colere, che significa coltivare, pur mettendo a giorno il cuore probabilmente più pulsante di quello che effettivamente è la cultura (intesa dunque come cura, educazione, formazione, tracciatura di un solco) rischia di stendere una ingiusta caligine sul più ampio spettro di significati che questa parola può assumere per noi. E se una città, quella in cui siamo riuniti oggi in questa seduta straordinaria di cui ringrazio il Presidente Giani e tutto l’Ufficio di Presidenza, se una città, dicevo, viene nominata Capitale Italiana della Cultura è evidente che a essere premiata e valorizzata non è e non può essere solo quella cultura intesa come complesso di formazione ed educazione che emerge dall’etimologia della parola.
Per vederci davvero chiaro, e avere così chiaro anche il compito che ci aspetta come amministratori e legislatori che hanno il privilegio diretto o indiretto di governare questa opportunità, dobbiamo concentrarci su come questa parola viene utilizzata, sul suo uso comune. Per provare così a vederne, anche solo per un istante, l’intero spettro.
Mi voglio limitare ad alcune frasi di uso comune che ritengo emblematiche e che possono accendere una piccola luce utile a orientare tutti noi nel vasto campo aperto della cultura.
«In quel territorio è presente una forte cultura d’impresa». In una frase del genere noi scoviamo nella parola ‘cultura’ qualcosa di più esteso – e forse anche di più promettente. Cultura significa qui un insieme di cognizioni ma anche di abitudini, di azioni e di credenze. Un modo di vivere più che un modo di fare qualcosa di specifico. E una città come Pistoia, nominata Capitale Italiana della Cultura, deve nei fatti questo riconoscimento, non ho dubbi, anche al suo modo di pensare e di agire, alle consuetudini che innervano la sua comunità e che trovano nelle espressioni culturali in senso stretto, come l’arte, le scienze e la letteratura, poco più di una condensazione, di una messa a giorno intensiva resa possibile dall’intuizione, dallo studio e, in ultima istanza, da un gesto creativo. La cosiddetta conservazione dei beni culturali parte dunque dalla conservazione – e dalla continua attualizzazione – di quel bene culturale primario che è la cultura diffusa, intesa appunto come qualità e densità del vivere e dell’interagire di una società o di un territorio.
«Il mondo della cultura si è mobilitato». Con questa espressione, il mondo della cultura, tendiamo a indicare invece un insieme di persone accomunate da certe conoscenze e competenze, da alcune attività e, in certi casi, da vere e proprie professionalità. Se Pistoia è oggi Capitale Italiana della Cultura lo deve a tanti operatori, professionisti, creativi che hanno realizzato negli anni progetti individuali o collettivi che infine sono diventati, a volte senza che nemmeno lo avvertissimo, istituzioni culturali della nostra comunità. Anche questo ci chiama a delle responsabilità, come amministratori e come legislatori. Perché un mondo della cultura esista e possa crescere è infatti necessaria una società che non ne scoraggi l’espansione e l’espressione. È necessaria quella che il compianto economista Walter Santagata chiamava “atmosfera creativa”, ovvero un sistema leggero – non un distretto o una filiera, ma appunto un’atmosfera – in cui tutti i protagonisti del mondo della cultura possono trovare un contesto economicamente e socialmente favorevole per le loro produzioni. Il problema è a mio avviso in primo luogo sociale. In alcuni casi, infatti, alcune nuove forme di professionalità, come quella dei microservizi creativi alle imprese, sono nate anche come una sorta di ammortizzatore sociale naturale che permette ai creativi e agli artisti di sostenere la loro produzione e i loro progetti (sostituendo quella funzione che un tempo, per gli artisti, era svolta dall’insegnamento, oggi più difficile da conquistare). La politica deve fornire servizi e infrastrutture, materiali e immateriali, per dare agibilità a questo mondo. Proprio oggi siamo in uno di quei luoghi che hanno saputo fornire questi servizi. La Biblioteca San Giorgio, infatti, inaugurata nel 2007, oltre a riqualificare un immobile e un quartiere dove un tempo operava una delle più importanti produzioni di materiale rotabile ferroviario del mondo, ha creato una piazza del sapere e della condivisione del sapere. Un luogo che i pistoiesi amano, in cui dalla primavera all’autunno si legge e si studia con luce naturale fino a pomeriggio inoltrato, un luogo perdipiù impreziosito da almeno due perle: tutto il lascito di Piero Bigongiari, grande poeta e studioso che ha vissuto a Pistoia per molti anni e che ha dedicato a questa città una delle sue raccolte poetiche più notevoli (Le mura di Pistoia); e il meraviglioso dipinto di Anselm Kiefer, Die grosse Fracht, ispirato come molte opere di Kiefer a una poesia, in questo caso di Ingeborg Bachmann, che è esposto nella sala di lettura al primo piano e che consiglio a tutte le colleghe e a tutti i colleghi di andare a vedere. Il cosiddetto mondo della cultura, in summa, nasce certamente intorno a donne e uomini che lo animano, ma nasce anche intorno a dei luoghi. Biblioteche, librerie, musei… certo, ma anche locali, bar, trattorie… non importa che siano il Cafè Flore di Parigi o le Giubbe Rosse di Firenze. Anche città di provincia come Pistoia hanno avuto questi luoghi. Luoghi che inevitabilmente, a un certo punto, non hanno retto più e sono caduti sotto i colpi della crisi economica. Mi piacerebbe, qui come altrove, vederne sorgere di nuovi. E mi piacerebbe che la politica tendesse una mano a chi avrà la generosità e l’intenzione di crearli, con una visione fatta di politiche per le imprese e insieme di politiche urbanistiche, una visione che sappia accogliere gli spazi privati e diffusi destinati al mondo della cultura tra le proprie priorità per il governo degli spazi urbani.
Penultima frase: «Mario è molto colto, ma…». In una espressione come questa si legge qualcosa di critico ma nel contempo qualcosa di importante e promettente. È sicuramente una visione punitiva quella che contrappone il dominio della cultura al regno della prassi. Ed è ovvio che in questa visione si annida una considerazione colpevolmente limitata di quello che si può e si deve intendere per cultura. Ma il linguaggio umano, l’uso delle parole, non è qualcosa che possiamo solo assolvere o condannare. È qualcosa che ci rivela sempre almeno un centimetro di verità. E dobbiamo accettarla. C’è questo rischio nell’azione culturale e insieme nelle politiche che la incentivano e la sostengono. Ed è un rischio che dobbiamo per un certo verso evitare – quello di premiare e valorizzare la cultura come un complesso contrapposto alla prassi, contrapposto al fare – ma che nel contempo dobbiamo anche tutelare. Da un lato infatti, non possiamo accettare che cultura sia una materia che è nelle mani e nella mente di pochi. Dobbiamo vedere che c’è cultura dappertutto, nell’industria, nell’artigianato, nelle tradizioni popolari, nel commercio, nel pubblico esercizio. C’è una sfoglia di cultura in un laboratorio di panificazione, nella cucina di un ristorante, nell’officina di un carrozziere, nel salone di una parrucchiera, nel campo e nella serra di un coltivatore. C’è cultura ovunque ci sia un sapere, un saper fare un saperci fare. Ma nel contempo, quella dimensione isolata dalla prassi, è anche un patrimonio. È il patrimonio di un pensare che non si limita a prendere atto dell’esistente e a ficcarci le mani, ma che si prende il lusso di contemplare e immaginare qualcosa che ancora non c’è o che ancora non si vede. Il lusso di pensare non solo il reale, ma anche il possibile e, perché no, l’impossibile. Questa dimensione, in realtà, non è così separata dalla prassi come sembra. A separarla, il più delle volte, è solo il tempo. Le più grandi conquiste tangibili e concretissime della storia degli uomini devono infatti quasi sempre il loro concepimento alla mente e al coraggio di chi ha pensato, in modo distaccato e astratto, un qualcosa che solo in quel tempo e in quel luogo sembrava in conflitto con il dominio della prassi, ma che in seguito si è dimostrato capace di occupare la realtà trasformandola radicalmente. E cambiando le nostre vite. Questo crinale astratto della cultura non va dunque buttato alle ortiche. È la nostra risorsa più sincera e meno esportabile. E i luoghi in cui più che altrove esso può essere coltivato sono senza dubbio le aule delle nostre scuole e in genere tutti i luoghi di approvvigionamento culturale. Ad accendere l’intuizione che può cambiare una storia anche produttiva, infatti, non è quasi mai la sola dottrina scientifica relativa a quella produzione. Più spesso può esserlo un’opera d’arte. A fare di Pistoia, nei fatti prima che nella nomina, una capitale della cultura sono perciò i talenti dei nostri artisti e dei nostri letterati, sono le poesie di Roberto Carifi e Giacomo Trinci, le prose di Gianna Manzini, le opere di Roberto Barni, Umberto Buscioni, Gianni Ruffi, i progetti ma anche gli acquarelli di Adolfo Natalini, i film di Mauro Bolognini, le sceneggiature di Sergio Bazzini.
Chiudo con un’espressione. Questa però non la invento come modello. È un’espressione che usava spesso il mio nonno, nato e cresciuto in una famiglia contadina della piana pistoiese, nella località di Badia a Pacciana. È un’espressione caustica e insieme affettuosa, una facezia priva di qualunque perfidia, che rivolgeva col sorriso sulle labbra a sua moglie – la mia nonna – quando all’arrivo di alcuni ospiti si dimenticava di offrire loro un caffè o qualcos’altro. L’espressione è «o Rosanna, un tu hai punta cultura». In questa espressione idiomatica io credo di vedere, credo che possiamo vedere esplodere il significato più estensivo, più profondo e insieme più etico e – perché no? – politico della cultura: quello dell’avere attenzione per gli altri. E qui quella etimologia che ho fatto uscire dalla porta rientra fatalmente dalla finestra. Perché proprio quel verbo latino, colere, da cui discende la parola cultura, proviene a sua volta dalla radice sanscrita *car che oltre al senso comune di coltivare e a quello di muoversi/procedere, ha quello di “attendere con cura a qualcosa”. Dare attenzione. Quell’attenzione che nessuna formazione mediante precetti può insegnare, quell’attenzione direi che si può trasmettere ma non si può fino in fondo insegnare. Quell’attenzione che, secondo una felice formula di Malebranche citata poi da Walter Benjamin nel suo saggio su Kafka, e in seguito nuovamente richiamata da Paul Celan nel suo discorso Il Meridiano, quell’attenzione, dicevo, che è «preghiera naturale dell’anima» e che abita presso una comunità mediante la tradizione e l’attualizzazione del suo ethos più profondo. Pistoia, ma in fondo buona parte della Toscana, è una città che quando mostra se stessa, di primo acchito, sembra essere il contrario. Il pistoiese-tipo è ruvido, diffidente, caustico. Ma forse questo non è che il retaggio difensivo di una comunità che per secoli è sembrata e si è sentita fatalmente collocata ai margini della storia, pur essendo così vicina a una delle culle produttive, politiche e, appunto, culturali della civiltà. E per quanto io sia il primo a ritenere che questo incantesimo vada in qualche modo spezzato, che Pistoia debba uscire da ogni condizione di minorità, aprendosi sempre di più senza paura a una rete di condivisione con Firenze e con il resto della Toscana, non posso negare che a renderci, nei fatti prima che nella nomina, una delle Capitali della Cultura sia anche questa ruvidezza, questa punta di bonaria perfidia. Anche perché nel suo rovescio c’è lo spazio di una grande generosità. «Un tu hai punta cultura», diceva il nonno. Dava un colpo di fioretto. Ma subito dopo si alzavano, insieme, lui e la nonna, e andavano a preparare il caffè. Ne avevano tanta, in realtà, di cultura.

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