Il motivo è il futuro Massimo Baldi

Consigliere Regionale

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Aprire, cambiare, capire. Una riflessione sugli esiti del voto

Emil Cioran, non proprio il più progressista degli autori del Novecento, scriveva che l’apporto di una sconfitta è una visione più precisa di noi stessi. Noi discutiamo oggi di una sconfitta elettorale impietosamente netta nei numeri e senza dubbio netta anche su un piano qualitativo. Non siamo di fronte, infatti, a un mero fenomeno di alternanza al potere, ma alla vittoria di forze politiche che pur con ricette diverse propongono, o perlomeno invocano, un disconoscimento dell’attuale sistema politico.

Questo scenario ci impone di svolgere una discussione franca come non mai. Dobbiamo parlarci in modo schietto e perspicuo e ascoltarci senza pregiudizi, senza leggere nelle parole dell’altro qualcosa di diverso dal suo pensiero.

I primi tra gli sconfitti siamo noi. Abbiamo governato l’Italia per 5 anni e per alcuni di questi anni abbiamo anche egemonizzato la scena politica. Abbiamo posto in essere numerosi cambiamenti nel paese, mettendo le mani in questioni delicate e urgenti come la Pubblica Amministrazione, la scuola, il credito, il diritto del lavoro, i diritti civili, la giustizia e naturalmente, massima ambizione e massimo fallimento, l’assetto istituzionale del paese. La mia personale opinione è che la sconfitta del 4 marzo abbia poco, pochissimo a che fare con queste misure. Non credo, in sintesi, che siamo stati bocciati sulle politiche, ma sulla politica – o se preferite, non sulle policies, ma sulla policy. Più che per quello che abbiamo fatto, abbiamo perso sul terreno di quello che abbiamo rappresentato (si pensi ad esempio alle politiche sul credito, contestate più per il presunto connotarci come amici dei banchieri e della finanza che non per il loro contenuto). D’altro canto non possiamo imputare tutto questo al destino cinico e baro, né alla situazione internazionale, che pure non si può ignorare. Ma vorrei anche evitare che risolvessimo tutto riconducendo la sconfitta al carattere di Matteo Renzi o al suo tasso di simpatia. Anche perché, se le cose stessero così, il problema sarebbe di facile soluzione – anzi, sarebbe già risolto.  Né credo che il j’accuse di tradimento dei cosiddetti valori della cosiddetta vera sinistra colga nel segno. I numeri dimostrano che una sinistra identitaria, almeno in Italia, non se la passa e non se la passerebbe meglio del PD. Credo che il percorso dello stesso Renzi, e di tutti noi in questi anni, contenga informazioni più interessanti di queste. E che anche in un’epoca in cui la superficialità vince come non mai la sua battaglia con la profondità, alla fine gli elementi di merito non scompaiono del tutto, cambiano codice forse, si nascondono tra le pieghe dell’apparenza, ma non si dissolvono.

Abbiamo avviato un percorso di confronto e di riflessione. Ma credo che la prima consapevolezza che dobbiamo assumere è che le ragioni di questo risultato elettorale sono profonde. E che nessuno di noi a oggi è nelle condizioni di mettere a fuoco in modo esauriente le ragioni di quello che è successo, cui a mio avviso sottendono elementi culturali e sociali che ancora non ci sono perfettamente noti. Anche il gran discorrere sul nostro allontanamento dai ceti popolari, che certo coglie un elemento di verità, non credo esaurisca la riflessione e nemmeno che ne colga il cuore pulsante. Non si spiegherebbe altrimenti perché i ceti produttivi, soprattutto al centro-nord, ci hanno voltato le spalle. E non si spiegherebbe perché le due forze politiche che escono vincitrici da questa tornata, Lega e M5S, pur avendo trovato spazi di conquista elettorale in settori socio-economici diversi, siano legati da una evidente liaison culturale e ideologica. Una liaison che, tanto per essere chiari, ci colloca necessariamente ai suoi stessi antipodi, escludendo qualsivoglia ipotesi di intesa governativa.

Per quanto riguarda noi, possiamo fare una lunga disanima sui singoli errori commessi in questi anni. E sul ruolo che essi hanno svolto nel portarci a questa sconfitta. Dal ‘ciaone’ per il referendum sulle trivelle alle continue polemiche della minoranza interna, gli esempi si sprecano. Ma credo che se andiamo a cercare gli errori e le criticità strutturali, quelli da cui tutti gli altri discendono, possiamo iniziare la nostra ricerca da tre elementi chiave. O questa perlomeno è la mi proposta.

In primo luogo c’è il tema del Partito. Matteo Renzi si è affermato alla guida del Partito Democratico tra il 2012 e il 2013 e lo ha fatto con una proposta politica innovativa che pareva realizzarsi attraverso una radicale revisione della nostra struttura organizzativa. Anche in questo Renzi, per un certo periodo, ha sfidato e sconfitto il Movimento 5 Stelle sul loro stesso terreno, quello della partecipazione ma soprattutto dell’apertura e del far sentire a casa nel Pd donne e uomini che prima si sarebbero sentiti estranei. In questo senso possiamo interpretare la leadership di Renzi e la sua linea politica come un percorso che per un certo periodo ha trovato spazi di estensione e di nuova collocazione della sinistra italiana, così da ritardare la crisi del Partito Democratico e della sinistra italiana rispetto a quanto avveniva in tutta Europa ai nostri ‘cugini’ socialisti e socialdemocratici. Questo percorso, però, è rimasto, come si dice, a metà del guado: la strutturazione del Partito è rimasta formalmente inalterata e nel contempo gli spazi e i modi di elaborazione alternativi al partito sono continuati a proliferare, mostrandosi non di rado più efficaci e ‘partecipati’ del partito stesso. Questo deve portarci a una riflessione radicale. È mio parere, e proverò rapidamente a motivarlo, che se questo è il problema, ed è un problema riconosciuto ormai da molti, la soluzione deve muovere non da un tentativo di riparazione o di restaurazione, ma dalla consapevolezza che questa nostra struttura organizzativa è ormai obsoleta, non competitiva e in ultimo incapace di informare di sé la società e i territori. La prova del nove del voto è stata, anche in questo senso, più che mai limpida. Abbiamo visto forze politiche affermarsi in collegi dove avevano scarsa e modesta classe dirigente, nessuna articolazione organizzativa, nessuna sede fisica di confronto. Queste forze hanno trovato il successo perché hanno avuto la capacità di far arrivare i loro messaggi dove hanno voluto. Quei messaggi erano spesso, come sappiamo, delle menzogne e delle panzane. E mai come in queste elezioni il dibattito pubblico è stato inquinato e imbarbarito da una certa prassi comunicativa. Ma non credo che questo debba distogliere la nostra attenzione dal fatto che quei messaggi sono arrivati forti e chiari senza bisogno di federazioni, unioni, sezioni o cellule. È per questo che sarei preoccupato se oggi qualcuno suggerisse che il PD, per uscire dall’angolo, deve ripartire dal porta a porta e dagli iscritti. Scusatemi, il mio non è un posizionamento ideologico né una provocazione. Semplicemente credo che sia difficile che possiamo tirare a campare con una politica di relazioni di vicinato. Credo che il partito debba essere in primo luogo il terreno naturale di produzione di idee. E credo che per questo il partito nei prossimi mesi, anziché chiudersi in se stesso, debba aprirsi; anziché trovare rifugio nella propria articolazione, debba modificarla per renderla più permeabile e semplice, immaginandosi più come una rete che come una struttura; anziché credere nell’alchimia del dialogo con altri corpi intermedi la cui crisi è assai più profonda della nostra, debba capire quali sono i suoi nuovi alleati nella società. Credo che ovunque c’è una testa che pensa o un’esperienza di vita, magari collettive, il partito debba essere disponibile ad accogliere quel pensiero e quell’esperienza, senza controllare se il suo estensore ha o meno la nostra tessera in tasca. Senza preoccuparsi troppo di chi ha votato il 4 marzo del 2018 o l’11 giugno del 2017. È inoltre opportuno cercare alleati nel mondo civico, valutandolo non solo e non tanto sulla base di quanto  è di sinistra, ma ponendoci la sfida di capire quanto può aiutarci a sconfiggere le destre e i peronismi. Questa non vuole essere, badate bene, una critica rivolta ai nostri dirigenti e militanti locali, la cui generosità e mobilitazione è preziosa e indiscussa. Io credo che sia semplicemente un segno dei tempi. E che il non averlo colto ci abbia fatto male. Credo insomma che vada presa sul serio quella che lo stesso Maurizio Martina ha chiamato una fase costituente.

Vengo rapidamente al secondo punto, che è quello delle disuguaglianze, le vecchie e le nuove, quelle tra indigenti e abbienti certo, ma anche quelle tra città e periferia, tra nord e sud, tra aree urbanizzate e aree rurali, tra le generazioni del boom e quelle della precarietà.  Sono convinto che sia nel cuore di questo problema che si colloca anche quello che è stato forse il tema dei temi di questi ultimi mesi e anni, quello della sicurezza nel suo fatale, infernale intrecciarsi con quello dell’immigrazione. Anche in questo caso, tornando alle disuguaglianze, credo che solo parzialmente si possa cercare l’errore nelle politiche e nelle azioni di governo. Politiche per l’occupazione, reddito di inclusione, legge sul terzo settore, solo per fare tre esempi, sono segni chiarissimi che il problema era nell’agenda dell’esecutivo. Negli altri paesi del mondo occidentale, inoltre, non trovo un governo a oggi capace di fare molto di più e molto di meglio per aggredire il problema. No, anche qui, più che alle politiche, credo si debba guardare alla politica. A lungo abbiamo immaginato un elettore medio, un democratico medio, che in realtà era in via di estinzione. Anche quando facevamo misure per i più deboli, le abbiamo raccontate nella lingua dei forti e soprattutto contando sullo sguardo complessivo, sintetico, olistico che è tipico dei forti. Lo sguardo di chi può permettersi attese, compensazioni, ragionevoli progettualità. Questo errore ha avuto il suo epilogo massimo nell’aver confidato, nelle ultime settimane, in un voto moderato, in un rifiuto degli estremismi, in una maggioranza silenziosa. E nell’investimento politico sul tema dell’antifascismo. Ma se non c’e più una classe media, ovvero un novero consistente di individui che hanno raggiunto uno status di benessere e sicurezza (non solo economici) che intendono tutelare, non c’è più neanche il voto moderato. O perlomeno è ridimensionato.

Il terzo elemento che, personalmente, colloco al centro di una personale riflessione critica è di natura culturale. In questi ultimi anni, proprio mentre al governo del paese mettevamo mano a tutte quelle misure che sopra sinteticamente elencavo, e proprio mentre una parte degli addetti ai lavori e della minoranza interna allo stesso Partito Democratico ci accusava di tradire l’identità culturale della sinistra, ci siamo dimenticati di fare una cosa: definire l’identità culturale che informava di sé l’agenda dell’esecutivo e in genere la linea politica del Partito Democratico. In sintesi: da un lato, il Governo ‘faceva’ e dall’altro, qualcuno rivendicava le ragioni di radici culturali, valoriali, in una parola ideologiche che si presumevano tradite. Non abbiamo fatto, o non abbiamo fatto con sufficiente costanza, quello che sta nel mezzo, quello che Emmanuel Macron sta facendo in Francia e che Barack Obama ha fatto negli Stati Uniti: cercare di descrivere, in modo approfondito ma anche chiaro e divulgabile, quello che eravamo, che siamo e che vogliamo essere, quell’intero che non può risultare dalla somma dei provvedimenti che abbiamo adottato. Ripeto: quella politica che non è la somma delle politiche. Questo può sembrare un tema di pura teoria, ma credo che non lo sia. In questa mancanza sta infatti la difficoltà di fornire non tanto un teorema, quanto una motivazione. Sto parlando, insomma, di come rispondere bene alla domanda “perché votare Pd?” senza bisogno di fare l’elenco delle cose fatte, sia pur rivendicandole con orgoglio. Solo forti di questo nucleo culturale, infatti, potremo ricominciare a cercare nella società una rete di alleati e di sostenitori, quella rete che ci è fatalmente mancata in questi ultimi anni e chi ci ha visti completamente assenti in molti settori della vita del paese.

Tra i bisogni dettati dalle disuguaglianze e il bisogno culturale che abbiamo lasciato insoddisfatto, credo che si possa tendere l’arco della nostra riflessione, rimettendo al centro il partito. Quello che è certo, credo, è che d’ora in poi dobbiamo prendere atto in via definitiva del fatto che quello che per anni abbiamo chiamato ‘il popolo della sinistra’, lo zoccolo duro etc., non esiste più. Che il cosiddetto ‘nostro elettorato’ è semplicemente quello che di volta in volta deciderà di eleggerci.

 

Il risultato elettorale non ha risparmiato il nostro territorio, che in passato anche in anni di insuccessi aveva dimostrato una tenuta. In tutti i comuni della provincia, con le uniche eccezioni di Pistoia, Larciano, Montale e Lamporecchio, il Partito Democratico è stato battuto dalla coalizione di centro-destra. Pur mantenendosi primo partito nella gran parte dei comuni, questo primato è ovunque insidiato dal M5S e dalla Lega. Il M5S risulta inoltre primo partito nel collegio della camera. Chiunque abbia partecipato alla campagna elettorale credo possa affermare senza tema di smentite che in questo voto, in questa sconfitta, i candidati nei collegi uninominali hanno sulle spalle ben poche responsabilità. Caterina ed Edoardo hanno rappresentato al meglio il territorio negli ultimi 5 anni e hanno condotto una generosissima campagna elettorale, senza lasciare nulla di intentato e senza lesinare presenza, disponibilità e ascolto. Allo stesso tempo, ho salutato le dimissioni del segretario Trallori come un gesto corretto e generoso, ma che nulla aveva a che fare con sue responsabilità individuali nella sconfitta. Credo sia giusto interpretare quelle dimissioni per quello che sono: l’assunzione di responsabilità di tutta la Federazione pistoiese del Partito Democratico che si rappresenta nell’assunzione di responsabilità del suo massimo dirigente, cui rivolgo il mio ringraziamento sia per il lavoro svolto in questi non facili mesi di guida del partito, sia per la serietà mostrata in questa scelta. Nella nostra riflessione su quello che sarà la nostra federazione nei prossimi mesi, su quale sarà la sua linea politica e su chi e come dovrà guidarla credo ci siano da mettere dei punti fermi. Uno in particolare, relativo al suolo del Partito provinciale stesso, che troppo spesso in questi ultimi anni è parso essere un’entità schiacciata tra quelle sovraordinate (regionale e nazionale) e quelle sottordinate (unioni comunali). Soprattutto per quanto riguarda le elezioni amministrative. Dobbiamo tutti insieme prenderci un impegno, un impegno con noi stessi e con quella che sarà la nuova linea e la nuova guida del Partito Democratico della Provincia di Pistoia. Ferma restando l’autonomia delle Unioni Comunali in ordine alle scelte locali e in particolare rispetto agli appuntamenti elettorali comunali, non può più darsi il caso che la voce del Partito Provinciale – soprattutto quando sollecitato a intervenire – che suggerisce un indirizzo venga perfettamente ignorata. Perciò parliamoci chiaro: o la Federazione Provinciale è qualcosa di più di un’agenzia di cultura e indirizzo politico e le sue risoluzioni devono avere una qualche forza vincolante anche sulle scelte degli organismi sovraordinati e sottordinati, oppure dal prossimo giro il responsabile enti locali non lo selezioniamo nemmeno più, ammettiamo di non essere più un soggetto federale e ci trasformiamo in un soggetto con-federale, se non addirittura in un partito-franchising, in cui ogni cellula, fatti propri il marchio e gli indirizzi quadro, fa sostanzialmente quel che gli pare, assumendosi poi appieno meriti e demeriti dei risultati. Mi pare chiaro che la prima opzione sia preferibile alla seconda.

Rispetto agli appuntamenti amministrativi, a quelli imminenti e ai molti che ci aspettano nel 2019, credo sia necessaria anche una  ennesima riflessione sulle primarie. Una riflessione, certo, che intendo aprire e non chiudere. Da elemento identificante e qualificante del Partito Democratico, le primarie sono diventate prima vessillo del cambiamento, poi mero strumento e infine qualcosa di simile a un’ultima spiaggia. Arriviamo in tutta Italia, e anche da noi, al paradosso di dirigenti del partito che vincolano il loro mandato alla mancata celebrazione delle primarie, ovvero di qualcosa che è iscritto nello statuto del partito stesso. Credo che alle primarie dobbiamo ritornare a guardare con maggiore serenità e lucidità. Certo se nel partito e nella coalizione, pur attraverso un dialogo e qualche mediazione,  si riscontra una serena convergenza unitaria su una candidatura, l’invocazione delle primarie di per se stesse suona sempre come una forzatura feticista che non serve a nessuno se non al narcisismo dei suoi estensori. Ma se questa unità non c’è e non si raggiunge, allora la forzatura diventa la volontà di imporre il simulacro di questa unità solo per sfuggire alle primarie, che, lo ricordo, rappresentano un’occasione importante di verifica della nostra proposta politica e della nostra classe dirigente nel contesto democratico dell’elettorato.

Le amministrative, in due comuni del nostro territorio, sono alle porte. Come si dice a Pistoia, a chiamarle rispondono. Dobbiamo affrontarle con generosità e speranza, con fiducia nei riguardi delle nostre militanti e dei nostri militanti, ma anche con sincera preoccupazione per il fatto che cadono in uno dei momenti peggiori della nostra storia politica. Credo, e concludo, che proprio l’imminenza delle amministrative imponga necessariamente a questo partito le selezione di una reggenza che ci guidi almeno fino a quell’appuntamento. Quello che mi permetto di suggerire è una reggenza collegiale e plurale, che ci conceda il tempo di proseguire con la nostra riflessione nei circoli e negli organismi e che nel contempo ci garantisca un luogo decisionale di cui tutte le sensibilità del partito si assumano la piena responsabilità. Solo dopo le amministrative, potremo a mio avviso concludere il nostro confronto interno e capire se in assemblea, come spero, ci saranno le condizioni per individuare una nuova dirigenza o se sarà necessaria una verifica politica più radicale, e dunque un congresso straordinario. La speranza è che comunque, nelle more di questo percorso, si sia raggiunta, anche grazie alla sconfitta, una visione più precisa di noi stessi.

MB 23.03.2018

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