Il motivo è il futuro Massimo Baldi

Consigliere Regionale

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Ammetere i nostri errori ed elezioni al più presto. Una mia riflessione sul voto del 4 dicembre

img_0844Le campagne elettorali entusiasmano e agglomerano, sono una fucina di sentimenti: passione, giubilo, desiderio, rabbia, ostilità, empatia e antipatie, fiducia e diffidenze, ambizione e invidie. Questa campagna elettorale è durata tantissimo, e inevitabilmente ha gonfiato tutti questi sentimenti portandoli alla massima espressione. Eppure, a  mio avviso, è stata bellissima, anche se non soprattutto quando la musica della politica è risuonata insieme allo sferragliare delle spade. Molti parlano di un paese lacerato e diviso. Ma sono quelli che sperano in una politica fatta di seminari, mobilitazioni cognitive, confronti accademici; che cercano la pace ritirandosi in spelonche della vita sempre più piccole, sempre più lontane dal mondo vero. A me, che pure sono un famelico divoratore di testi di teoria, storia e filosofia politiche, piace invece quando il dibattito si accende, quando pur recando con sé dubbi, incertezze e concessioni, le donne e gli uomini di una società si schierano e dicono la loro. Anche se talvolta questo – soprattutto se i loro messaggi sono supportati da vecchi e nuovi media – li porta a scivolare su qualche buccia di banana, a eccedere, a dire qualcosa di più della verità. A tutte quelle donne e a quegli uomini che hanno condiviso con me questa lunga e bellissima campagna per il Sì io dico, nel mio piccolo, 13mln di volte grazie. Hanno colorato di sé una compagna che, anche se un po’ spossato, rifarei domani, tanto ho creduto convintamente nel suo cuore pulsante e nella sua promessa di cambiamento.

Ma veniamo alle dolenti note. La vittoria del No è stata forte e chiara. È un risultato che ha tante ragioni e poche scusanti. Si è trattato evidentemente di un voto – almeno in larga misura – politico, ciò che dimostra più di ogni altra cosa il dato dell’affluenza. Matteo Renzi, non a caso, ha rassegnato tempestive dimissioni a seguito dell’esito referendario. Poteva essere evitato, questo mutamento del voto da referendario-costituzionale a politico? Capisco e rispetto il problema, che è stato posto all’indomani del voto anche da persone che stimo e a cui voglio bene. Ma la mia risposta a quel quesito è no. A meno che non si risalga all’origine del governo Renzi e non se ne contesti lo stesso insediamento. Dal momento che Renzi assume l’incarico di formare il governo, infatti, lo fa con un mandato e con una missione. Di questo mandato e di questa missione, la Riforma Costituzionale è pietra angolare e vertice eminentissimo. Qualcuno obietta che il percorso di riforma doveva essere più condiviso con le forze politiche e sociali del paese. Ma a questo qualcuno la memoria fa difetto: la gran parte di quelle forze si è resa fin da subito indisponibile al dialogo, o perlomeno al dialogo per come abbiamo deciso, dopo 30 anni di rinvii e fallimenti, di impostarlo: si discute di tutto, per quanto riguarda i contenuti, pur di lasciare fuori dal tavolo l’ipotesi di non fare nulla. Solo Forza Italia ha collaborato fino a un certo momento alla stesura e alla votazione della legge di riforma, per poi smarcarsene per ragioni di puro calcolo politico. Di questo smarcamento abbiamo forse anche noi, e Renzi in testa, una responsabilità? Può darsi. Non nuoce ammetterlo.

Perché questa sconfitta, allora? Difficile rispondere in poche righe, e non voglio certo scrivere un trattato. Non sarò tra quelli che danno tutte le colpe a Renzi. Né tra quelli che tutte le colpe le danno a chi, nel Partito Democratico, ha sostenuto il no – di questi ultimi dirò al massimo che bisognerà che prima o poi facciano pace con loro stessi e che ci spieghino cosa vogliono e desiderano per il domani, oltre alla lapidazione politica di Renzi. Ma non di questo intendo parlare. Io voglio assumermi le mie responsabilità. Perché se una storia d’amore con il paese è finita o è andata in crisi significa che chi ha interpretato, come me, in modo aperto ed esplicito le ragioni di quella proposta di cambiamento ha commesso degli errori. Ci sono ragioni per cui abbiamo ‘litigato’ con il sentimento del paese. E vanno messe a fuoco.

La prima e più importante di queste ragioni ha origini puramente oggettive: la ripresa economica (innescata dalle riforme del governo e favorita da un contesto più promettente rispetto agli anni precedenti) è partita ma, per così dire, non ‘è arrivata’. Il paese ha invertito la tendenza della decrescita infelicissima, ma l’occupazione non è salita abbastanza, soprattutto tra i più giovani. Qui c’è forse il nostro più vistoso errore come classe dirigente e come comunicatori: il promuovere una descrizione del paese che immagina e vede come vera l’Italia delle statistiche. E che talvolta mette tra parentesi una realtà che è fatta ancora di incertezza e in molti casi di vera povertà. Questo messaggio, per chi soffre la crisi, è arrivato quasi come un insulto. E non ci viene perdonato. Se le macerie ci sono vanno guardate e riconosciute. Dopodiché è bene non restare solo lì a contemplarle, cercare una via per uscirne, trasmettere speranza e non rassegnazione. Ma abbiamo – anzi: ho sbagliato a puntare i miei (piccoli) riflettori solo sull’Italia che ce la fa, lasciando in una penombra ancora più avvilente quella che arranca, quella che non si sfama.

Altro passaggio-chiave: la cosiddetta buona scuola. La riforma, per come impostata, è buona. Io questo continuo a crederlo. E lo è soprattutto per il suo pensare la scuola, per la prima volta, come luogo messo in comunicazione con il mondo e non più come teca a tenuta stagna dove i ragazzi vivono esperienze del tutto diverse da quelle del mondo del lavoro e della vita quotidiana. Quanto è buono il progetto, il cuore della legge, tanto sono stati 1) insufficienti i suoi passaggi partecipativi e 2) problematici quelli applicativi. Qui un errore c’è stato sul serio e va detto chiaramente, anche se in estrema sintesi: l’errore è stato quello di voler ‘seminare tutto in una buca’, creando non poca confusione ed estendendo così l’area del dissenso, inizialmente limitata ai soli insegnanti più sindacalizzati, a quelle di molti dirigenti, di altri insegnanti inizialmente entusiasti, e infine, fatalmente, degli studenti e delle loro famiglie. Perché se tuo figlio aspetta l’insegnante di matematica fino a novembre, è difficile credere nella bontà della riforma che sta all’origine di questo disservizio. Eppure quella riforma buona lo è. Ma più ascolto nella fase di progettazione e più cautela e gradualità in quella di attuazione avrebbero condotto a un risultato migliore. Che quella pensata da quella legge è davvero una buona scuola non lo si può vedere solo dal di fuori e dall’alto, lo si deve percepire anche da dentro la scuola. E questo non l’abbiamo fatto, non l’abbiamo voluto fare. Mi ci metto dentro appieno perché su quella legge ho fatto una battaglia personale, ho incontrato insegnanti, dirigenti, personale ATA; ho fatto dibattiti agguerritissimi con i sindacati e con le altre forze politiche. Sono battaglie che rifarei? Sì, domani. Le rifarei (le rifarò) nello stesso modo? Non credo.

A questi fatti e concause ce ne sarebbero da aggiungere tanti altri: immigrazione, affaire banche, pressione fiscale ancora troppo alta (per quanto ridotta come mai prima), molti falsi scandali e pochi scandali veri, una classe dirigente sui territori non sempre all’altezza dei suoi compiti, il colpevole teatro delle ombre di chi, pur schierandosi formalmente per il sì, non ha mosso un dito per sostenerlo e diffonderlo (e forse, sotto sotto, lo ha osteggiato). E poi c’è l’alacre lavoro di discredito operato praticamente da tutto ciò che non è Pd – e anche da una parte di questo. Non solo dagli altri partiti, ma da numerosi corpi intermedi. Anche di ciò dobbiamo assumerci, devo assumermi qualche responsabilità. Non di rado, come si diceva da bambini, ‘hanno cominciato loro’. Ma qualche volta siamo stati noi. E per quanto ci (mi) compiacesse, non è stata una buona idea. Perlomeno non all’altezza di quello che ci promettiamo (che mi prometto) di essere e di fare.

Queste le ragioni principali, a mio avviso, di questo ampio, folto e agguerrito fronte del no, cui si è aggiunta solo in modo esiguo la schiera di chi veramente nutriva dubbi sulla riforma. Dell’esiguità di questa ‘fetta’ di elettorato (che rispetto) non mi convince solo lo studio dei dati, delle indagini demoscopiche o dei flussi. Me lo ha insegnato la campagna elettorale, la frequentazione dei mercati cittadini, dei luoghi di vita sociale, delle assemblee, dei ristoranti come dei social networks. Banche, scuola, disoccupazione, tasse, immigrazione, politico locale inviso: in larghissima misura i no che ho incontrato discendevano da queste vette.

La personalizzazione – tanto accusata e vituperata – mi pare sia stata più materia da addetti ai lavori che non medium del vero dissenso. Detto alla buona: se anche Renzi non avesse personalizzato, credo che quel fronte del no – quello politico e quello ‘popolare’ – lo avrebbe comunque fatto al suo posto.

E ora, che fare? A questa domanda sarei propenso a rispondere filosofeggiando per pagine e pagine. Ma ve lo risparmio. Veniamo alla prassi politica. Due cose, a mio avviso, dobbiamo fare. Un congresso. Ed elezioni anticipate.

Un congresso è necessario. Non credo ci siano leader che possano competere con Matteo Renzi. Ma vedo chiaramente un pericolo nel ripetersi dell’antico vizio della sinistra, quello di contrapporre a un leader non altri leader, ma una corte di capicorrente stretta attorno a una leadership debole ed ecumenica. Credo che Renzi debba scansare questa ipotesi come la peste. E credo anche il congresso debba svolgersi con modalità diverse. Per ragioni non relative ai nostri noiosi dibattiti interni. Ma per qualcosa che il voto del 4 dicembre ci ha insegnato.

Provo a spiegarmi. Tra i dati sugli scaglioni di elettorato, quello che mi preoccupa di più non è quello che ci dice che il Sì ha perduto là dove la disoccupazione è più alta e  la crisi picchia più duro: tutte le forze riformiste, all’inizio della loro parabola politica, soffrono in quei settori della società e del territorio. Un riformismo che ‘paga’ al primo giro di roulette è un riformismo da PIL alle stelle. E il nostro PIL, purtroppo, solo da poco inizia (e speriamo che continui) a riveder le stelle. A me preoccupa di più l’altro dato: quello sui giovani. Il 68% dei votanti under 35 ha scelto il no; un dato che si spiega in certa misura con l’insoddisfazione ‘materiale’ dei giovani, soprattuto per quanto riguarda la difficoltà a intercettare domanda nel mercato del lavoro; ma che si rivela forse anche di più in un inappagamento meno materiale, più culturale, antropologico, percepito. Per questo io ritengo che il Partito debba cambiare struttura e modello organizzativo prima di un congresso, essendo questo cambiamento quasi la grande tesi implicita e ancora non attuata della mozione-Renzi del 2013.

Provando a farla breve: immagino un partito in cui non ci siano requisiti di accesso; un partito in cui la tessera sia sostituita da un’idea, da un progetto, da un desiderio; in cui tra la fuga dalla rete e il suo utilizzo estemporaneo (e spesso poco ragionato) vinca la terza via di un suo utilizzo ambizioso e intelligente, poiché la rete è abitata, accanto ai trolls e ai fakes, da ragazze e ragazzi, da donne e uomini; immagino un partito in cui il collezionista di preferenze e di tessere locale sia sommerso da una miriade di studentesse e studenti, di lavoratrici e lavoratori, di allenatori di calcio e giovani professionisti; immagino un partito meno (finta) comunità e più (vera) società; un partito in cui gli indirizzi vengono costruiti dal basso, ma poi le gambe su cui corrono si determinano dall’alto per garantire coerenza – non asinina fedeltà, ma coerenza – tra centro e periferia (per capirci: un partito in cui al prossimo congresso facendo una croce su Renzi si votano anche automaticamente i segretari regionali, di federazione, cittadini e di circolo); un partito in cui la partecipazione sia piena e democratica e la cooptazione esigua, seria e meritocratica.

Il partito deve cambiare. Non basta che a guidarlo sia un leader talentuoso e carismatico. Deve essere luogo naturale di convergenza dei talenti e delle esperienze. Deve adagiarsi sul presente e andare incontro al futuro di quelle ragazze e di quei ragazzi che oggi ci voltano le spalle.

È per loro e con loro che dobbiamo dire no a un periodo di galleggiamento. È per loro e con loro che dobbiamo andare al voto il prima possibile, concedendoci al massimo il tempo di riformare la legge elettorale. È con i giovani e per i giovani che dobbiamo dire no anche a un’involuzione novecentesca, alla trasformazione del Pd in un nuovo partito socialista o socialdemocratico, che bisticcia con il presente e fa addirittura a pugni con il futuro. Più realismo, nuova classe dirigente, elezioni anticipate: è questa la triade che a mio avviso ci porta fuori dalle sabbie mobili. Ripartire da quel 40% si può, ma solo se lo prendiamo sul serio. Non è chiaramente un nostro patrimonio esclusivo. Non è un’eredità che riceviamo né un consenso che possiamo mettere ‘in banca’. Ma certo è un capitale umano e politico da investire. Perché tra chi ha votato Sì c’è chi ha tanta voglia di un riscatto umano e politico. E tra chi ha votato no c’è chi ha comunque voglia di essere protagonista della sua vita di oggi e di quella di domani.

Usciremo infine a riveder le stelle? Questo lo deciderà il popolo sovrano. Si chiama democrazia, una creatura fragile e ambiziosa, che dobbiamo amare anche quando sentenzia contro di noi.

Massimo Baldi, 7.12.2016

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